La paura di perdere il posizionamento è il motivo numero uno per cui si resta su un hosting sbagliato per anni. È una paura fondata su casi reali — le migrazioni fatte male esistono — ma la buona notizia è che una migrazione corretta è una procedura, non una scommessa. Eccola, passo per passo.
Prima distinzione: cosa stai migrando?
Solo hosting (stesso dominio, casa nuova) — Lo scenario più comune e il meno rischioso: per Google non cambia quasi nulla, gli URL restano identici. I rischi sono tecnici (downtime, contenuti persi per strada), non SEO.
Dominio (stesso sito, indirizzo nuovo) — Qui la SEO è in gioco davvero: ogni URL cambia, e il passaggio di autorità dipende interamente dai redirect. Procedura più delicata, stessa logica.
Entrambi, o cambio di piattaforma — La somma dei due, con in più il rischio che la nuova piattaforma generi URL diversi (es. /prodotto-x che diventa /shop/prodotto-x): è il caso che richiede più attenzione alla mappa degli URL.
La procedura per il cambio di hosting
- Backup completo prima di toccare qualsiasi cosa — file e database, scaricati in locale. Non negoziabile.
- Prepara la casa nuova in parallelo — il vecchio sito resta online e funzionante mentre carichi e provi tutto sul nuovo hosting. Mai “spegnere e trasloca”: si migra a sito acceso.
- Prova sul nuovo server prima di puntarci il dominio — con gli strumenti di anteprima dell’hosting verifichi che tutto funzioni: pagine, form, checkout se c’è.
- Abbassa il TTL del DNS un giorno prima — è l’impostazione che dice a internet ogni quanto ricontrollare dove punta il tuo dominio: abbassarla rende il passaggio rapido invece che spalmato su ore.
- Cambia i DNS e tieni il vecchio hosting attivo qualche giorno — durante la propagazione qualche visitatore arriverà ancora al vecchio server: se è ancora lì e aggiornato, nessuno se ne accorge.
- SSL attivo dal primo minuto sul nuovo server — un sito che diventa “non sicuro” durante la migrazione è l’errore evitabile più frequente.
Nota pratica: molti hosting includono la migrazione gratuita fatta dai loro tecnici — nel nostro catalogo è segnalata dove presente, e per un non-tecnico può valere da sola la scelta del provider.
La parte SEO: quando cambiano gli URL
Se migri dominio o piattaforma, il lavoro si chiama redirect 301: l’istruzione permanente che dice a Google (e ai visitatori) “questa pagina ora vive qui”. Le regole d’oro:
- Mappa completa, pagina per pagina: ogni vecchio URL deve puntare al suo equivalente specifico, non tutti alla home — il redirect di massa verso la homepage è il modo più documentato di bruciare il posizionamento.
- 301, non 302: il primo è permanente (passa l’autorità), il secondo temporaneo (non la passa).
- In Search Console, usa lo strumento di cambio indirizzo se migri dominio: è il canale ufficiale per dirlo a Google.
- Aggiorna sitemap e link interni al nuovo dominio: i redirect sono la rete di sicurezza, non la soluzione a regime.
La checklist post-migrazione
Nei giorni successivi: verifica che le pagine principali rispondano (e con https), che Search Console non segnali errori di scansione in crescita, che i form e le email del dominio funzionino, e che il file robots.txt del nuovo ambiente non blocchi nulla per errore — l’ultimo è il classico colpo di grazia silenzioso: un sito perfettamente migrato che Google non può più leggere.
Il calo temporaneo di qualche posizione nei giorni della migrazione può capitare ed è normale; quello che non si recupera sono i redirect sbagliati e i blocchi dimenticati. Con la procedura sopra, la migrazione torna a essere quello che è: manutenzione ordinaria, non un salto nel vuoto. E se stai migrando perché l’hosting attuale non basta più, la nostra guida alla scelta e il wizard ti aiutano a non dover rifare tutto tra un anno.
Vuoi una raccomandazione su misura?
Il wizard ti fa 5 domande e compone lo stack completo per il tuo caso, dai dati del nostro catalogo.
Prova il wizard →